…incontri…


Eccoci qua, all’inizio del secondo semestre dell’anno universitario! Ma prima di ricominciare, fermiamoci un attimo a gustare quello che abbiamo vissuto da ottobre.

La Rete Loyola, come alcuni sanno, è un insieme di progetti, servizi, sogni che prendono corpo all’interno di una dinamica unica, quella di scoprire il volto di Dio nel mondo e nell’altro, ma anche quella di rivelarsi e svelarsi, se stessi, nuovo volto di Cristo. Attraverso la meditazione mensile della Lettera ai Corinzi di San Paolo, intravediamo la nostra unità aderente alla Trinità che soffia vento in ali aperte al volo.

Vi proponiamo quindi un piccolo viaggio, andando alla scoperta di questi volti, cambiando strada e cielo ogni volta, per seguirli nella propria storia. In tale modo, potremmo usufruire, non solo della conoscenza delle altre membra del corpo che formiamo insieme, ma anche della bellezza che ognuno vive personalmente poiché condividendosi, essa si sparge su di noi.

Buona lettura e buon viaggio!

Virginie Kubler


…il senso dell’insegnare…Cuore-Mary.jpg

Frequento il gruppo docenti della Rete Loyola e ci incontriamo una volta al mese.

Siamo un gruppo molto eterogeneo, sia per le discipline di cui ci occupiamo, che per età e scelte di vita.

Ogni anno affrontiamo un tema diverso, quest’anno padre Narciso ci ha proposto un percorso sui principi di base della pedagogia ignaziana visti alla luce della Parola.

Ogni incontro inizia con l’introduzione al tema e con la lettura di un testo delle Scritture, prosegue con un periodo di  contemplazione, termina con la condivisione delle risonanze che ognuno ha sperimentato nel silenzio.

Ogni incontro è fonte di stupore, entro carica di affanno ed esco ristorata e carica di pensieri “nuovi” o meglio “rinnovati”. Sono sempre stupefatta dalla grande ricchezza che scaturisce della condivisione, la Parola getta luce e ciascuno ne raccoglie una piccola parte peculiare in base alla propria sensibilità ed alla propria esperienza di vita, nella condivisione le varie parti si integrano, è come se si componesse un mosaico in cui ogni scheggia trova un suo posto in un’immagine più ampia.

Il percorso di quest’anno è stato molto coinvolgente e stimolante. Mi ha costretto a ripensare il senso dell’insegnare. Mi ha indotto a riconsiderare il rapporto docente e discente, prestando più attenzione alla relazione. Mi ha portato a rallentare i ritmi delle lezioni lasciando più spazio all’incontro e alla discussione.  In realtà il ripensamento investe non solo l’ambito didattico, ma quello di proprio tutte le relazioni … E comunque sento di avere colto solo una minima, davvero minuscola, parte di quella che intuisco essere l’enorme ricchezza dell’approccio ignaziano.  Ad ogni passo avanti si scorgono nuovi orizzonti ..

Brunella-gruppo Docenti RL


Liturgia e Comunità

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Come un’eco all’ultimo incontro di teologia, di martedì 5 aprile, volevo proporvi la testimonianza di Pier Paolo e di Marco, coordinatori e protagonisti dell’attività di cura della liturgia della messa domenicale presso la Chiesa dei Santi martiri Vitale e Agricola.

Attraverso la prima lettera ai Corinzi di San Paolo, commentata da Narciso e da Stefano*, guardiamo alla comunità nascente di Corinto che ci fa da specchio durante l’anno, affinché ciascun gruppo possa crescere come corpo unito e a sua volta membro della Rete, e quindi della Chiesa stessa.

Questo mese ci focalizziamo sui capitoli decimo e undicesimo, che trattano – fra i diversi argomenti – della liturgia, cioè di come viene ritualizzata l’Eucaristia.

L’ultima Cena è il centro della vita spirituale del cristiano ed il momento in cui viene istituito da Gesù stesso un rito da ripetere fra discepoli, fra chi lo segue e quindi un rito che fa e rivela allo stesso momento la Chiesa, corpo di Cristo.

La liturgia e la comunità prendono dunque senso l’uno dall’altro e ci sorprende quindi meno che sia proprio questa esperienza che Pier Paolo e Marco vivono e vogliano condividere con noi.

Per Marco, entrare in San Vitale è stato provvidenziale in quel periodo particolare di riavvicinamento personale alla Chiesa, contemporaneo all’elezione di Papa Francesco nel 2013 ed a un bisogno di attingere alla Parola.

Dopo un anno, nel quale tutti e due i nostri amici hanno partecipato alle messe ma soprattutto a vari ritiri in Villa San Giuseppe, si sono decisi, durante la presentazione delle attività della Rete all’inizio dell’anno 2014, a rispondere alla chiamata di Anna Laura e Filippo, che cercavano successori per il servizio della preparazione della liturgia.

Dalla collaborazione iniziale è nata anche l’amicizia fra gli ex e i nuovi volontari. Il passaggio del testimone è avvenuto naturalmente verso l’Avvento di quell’anno.

Il gruppo fa parte della Rete ma è un servizio aperto, perché la messa non è esclusiva ma bensì è il segno di apertura di Cristo e destinato a tutti.

E’ un tempo forte per gli studenti che frequentano la chiesa ma è anche il momento per un incontro speciale con il Signore che ognuno celebra nel proprio cuore.

La chiesa dei Santi Vitale ed Agricola fa sentire Pier Paolo e Marco particolarmente a casa, ma  è così anche per tanti altri, ed è proprio a questo fine che loro si impegnano  cioè affinchè la chiesa possa sempre essere il luogo accogliente che hanno sperimentato.

La volontà di mettersi al servizio è prima di tutto collegata ad una spinta di gratitudine verso il Signore, al desiderio di rendere grazie per tutti i suoi doni, ma anche per tutto quello che è stato ricevuto dalla comunità stessa.

Loro si sono sentiti parte di essa, essendo accolti e poi coinvolti per una vita da creare insieme e non solo per chi viene a messa o nella Rete Loyola.

Si tratta di vivere e dare un soffio nuovo continuo alla Chiesa che è universale e senza confini, affinché non si chiuda mai in sé stessa.

Pier Paolo e Marco descrivono il loro compito in modo molto significativo e ci aiutano a ricordare che anche i gesti semplici sono profondi.

Ogni domenica chiedono a persone diverse, in modo di coinvolgere sempre persone nuove, di fare le letture, cioè di prestare la propria voce alla Parola di Dio e di portare le offerte al prete davanti all’altare che benedice il pane ed il vino ma anche la vita stessa di chi si presenta, proprio perché portiamo anche noi stessi in offerta.

Implicare così il proprio corpo è un modo nuovo di  vivere concretamente l’appartenenza alla comunità e un occasione per sentire che il Signore ci chiama per nome.

Questa consapevolezza impedisce di vedere il servizio come monotono.

L’impegno diviene speciale nei periodi di avvento e di quaresima per curare lo spazio (con candele e tappeti nella cappella laterale per rappresentare il deserto), proponendo letture in lingue straniere, per rendere l’universalità dell’annuncio, per sviluppare riflessioni di approfondimento del significato di questi tempi di attesa e di preparazione personale.

Un altro bell’aspetto del servizio è stato la collaborazione con il gruppo Panim, per il Martini Day a maggio scorso, quando hanno organizzato il momento di preghiera sulla fine della vita del Cardinale, nella cripta del Centro Poggeschi.

Per il futuro, ci si augura di creare un gruppo più ampio in modo da moltiplicare le idee e da appoggiare anche altri momenti di preghiera o celebrazioni, come le notti di adorazione in San Bartolomeo.

Un’altra prospettiva potrebbe essere una formazione liturgica per aumentare la consapevolezza nel servizio e creare maggiori legami con gli altri gruppi, ad esempio il coro. Ma principale rimane la gioia di servire il Signore, come meglio ci si sente ispirati.

* Narciso Sunda SJ e Stefano Corticelli SJ

Virginie Kubler


 

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L’importanza della semplicità

Martina di Indignabo

Il gruppo di Indignabo è nato come frutto degli EVO quattro anni fa, cercando di creare una dinamica nuova che fosse rivolta alla città e le sue periferie.

Quell’anno Martina era appena arrivata a Bologna e cominciava pure lei il percorso degli EVO. Ai primi incontri erano circa 30 persone a partecipare ai dibattiti, ma con il tempo, il gruppo si è ristretto e consolidato. Nel frattempo,  cercava dove poter essere utile.

Così è nato il servizio con i ragazzi in attesa di giudizio, presso la comunità minorile del Pratello.

Hanno provato a fare diversi laboratori con loro: teatro, Rap, e altro. Sono pure andati alla Radio Città Fujiko per un’ora di programma!

Questa domenica cominciano il laboratorio di fotografia e ne sono tutti molto entusiasti. Ma quello che conta davvero per loro è proporre un tempo di relax e di semplicità.

Perciò si organizzano merende due domeniche al mese, proponendo giochi o uscite in città ed in mezzo due chiacchiere.

Il bello è vedere come si instaura fin da subito un rapporto, anche se esso durerà poco perché i ragazzi stanno lì solo per pochi mesi, ma avviene con facilità proprio perché si condividono piccole cose. E’ una boccata d’aria per tutti in grande semplicità!

Martina si meraviglia della loro loquacità che rispecchia un profondo bisogno di parlare ed di essere ascoltati.

Infatti, la risposta ad una piccola domanda si trasforma spesso in un grande discorso o lungo racconto.

All’inizio si temeva di sentire quello che avevano fatto, perché loro non ne fanno segreto, al contrario, ma in realtà si stupisce a vedere che non influenza la relazione.

Alla fine, vivere questi momenti con loro fa vedere che sono ragazzi normali, magari con situazioni familiari complicate, ma in fondo potrebbero essere i propri fratelli. Simmetricamente per i ragazzi del carcere, un altro beneficio è quello di stare con “gente qualsiasi”, che non siano educatori, anche se prendono ogni tanto il ruolo di mediatore. Così, si è creato un spazio e un tempo in cui i ragazzi possono parlare di loro, ma anche confrontare le loro idee sulla giustizia, condividere le loro difficoltà a gestire le ingiustizie che subiscono pure loro. Forse l’incontro permetterà di fargli capire qualcosa in più della propria situazione ma è anche un’occasione privilegiata per il gruppo dei volontari per riflettere sull’idea del crimine e su come la società si orienta tra farlo pagare e proporre il reinserimento del colpevole ammendato.

Se il gruppo nuovo di quest’anno ha già affrontato varie tematiche importanti dell’attualità e si confronta su come esprimere le proprie idee, i volontari stanno anche cercando nuove modalità per inserire il dibattito nella Rete Loyola e perché no nella città. Sosteniamoli dunque con la preghiera affinché l’entusiasmo non venga meno.


“Ti porterò nel cuore”

 

                                                                                                    Virna ci racconta Panim

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S. Giovanni di Dio (Bramante, 1980)

Virna, la nuova coordinatrice del servizio rivolto all’ospedale, ci racconta i suoi primi passi con Panim.

Dopo gli EVO pensava mettersi in gioco con Body to Grace, il laboratorio teatrale, finché non ha ascoltato la presentazione di Panim alla prima serata del Centro Poggeschi.

In quel periodo Virna stava leggendo un libro biografico di Annalena Tonelli, una missionaria che ha speso la sua vita per la costruzione di ospedali per tubercolosi in Kenya e Somalia..ed ecco che una luce improvvisa si accende e lascia chiarezza nel cuore di Virna che decide di mettersi in cammino con il gruppo di Panim.

L’inizio dell’anno è segno di grandi cambiamenti.: tutti i volontari precedenti lasciano il servizio ai più giovani per cui le prime settimane sono preziose e piene d’insegnamenti.

In realtà, Virna è l’unica nuova. Ella porta dunque la responsabilità di affiancare le ragazze che le trasmettono non solo come si fa’ il servizio ma condividono con lei tutta la storia del gruppo, essendo loro le fondatrici.

Ciò che segna questo passaggio di testimone è la delicatezza, nel portare in avanti un fuoco che non deve morire e trasmetterlo al gruppo nuovo senza bruciare.

A novembre si aggiungono nuove persone: amici, frequentanti della Rete, ascoltatori dell’annuncio alla messa della domenica, ciascuno incrociando la propria strada con quella di un servizio che si fa cammino di novità.

Virna, essendo l’unico punto di riferimento per il gruppo che conclude l’esperienza, così come per quello che sta per nascere, diventa la nuova coordinatrice assumendo la responsabilità di un incarico che poteva sembrarle al di là delle proprie competenze. Ma proprio perché si sente un povero strumento  le viene dato coraggio e l’energia per affrontare le difficoltà dei primi tempi.

Il servizio di Panim si struttura in tre momenti principali:

  • si comincia con la visita ai malati nel reparto di chirurgia interna al Sant’Orsola,;
  • segue la preghiera del rosario nella cappella del padiglione;
  • si finisce con un momento di condivisione al Centro Poggeschi, dopo la cena insieme agli altri gruppi.

Se la prima e l’ultima parte rimangono essenzialmente identiche alla versione precedente del servizio, il rosario diventa un campo di sperimentazione per corrispondere meglio al desiderio di preghiera dei nuovi membri della piccola comunità in divenire.

Dopo varie prove infruttuose, la difficoltà di trovare un linguaggio comune e nutriente per tutti, ci si è decisi per il ritorno alla semplicità, all’essenza di un amore che supera il fare. La consapevolezza di questo ha reso possibile la predilezione del rapporto umano su altri aspetti minori e sui vari desideri a volte contraddittori o inconciliabili con la realtà.

La cura dell’altro ottiene la precedenza e si manifesta amandolo.

Allora l’amore diventato centrale si può diffondere tra i membri della comunità e si sparge di seguito anche sui malati visitati. Quale luogo più adatto che un ospedale per imparare a curarsi gli uni gli altri?

Inoltre sono anche forse i malati che guariscono i volontari e non c’è una settimana che passa senza che si possa sentire la forza di questo. Ma sicuramente non è un servizio facile perché si deve sostenere lo sguardo di fronte alla sofferenza e alla solitudine. Ogni volta la sfida è di riuscire a vedere la bellezza di quello che si sta facendo perché il servizio non si svolge mai come uno se lo immagina: è uno stare faccia a faccia, è portare nel cuore le loro storie e le fare diventare preghiera.

Forse è proprio questo che conta di più per i malati: sapere che c’è qualcuno che prega per loro. Ma vale anche il contrario perché durante la condivisione, si ricorda, cioè si riporta al cuore un gesto, una parola che colpisce e che risuona come parola di Dio, si ripensa ad un volto che si rivela essere quello di Cristo e che ti mostra qualcosa a te, oggi.

Il centro di tutta questa storia sarà sicuramente l’amore di Dio per le sue pecorelle, come ama a dire Virna, perché è infuso nei cuori e dà forza proprio quando la missione deve prendere radici su esso.

Sembra infatti che Dio chiami a dimenticare il fare per concentrarsi sull’amare, ma offra allo stesso tempo questo amore, come se facesse tutto Lui, richiedendo solo una buona volontà incarnata dalla Fede che genera speranza e fa spazio alla carità e alla docilità di lasciarsi guidare dal Suo Spirito.

Virginie Kubler

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Quando l’arte crea ponti ed incontri

Andrea e il servizio di Pietre Vive

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Nel 2012, Andrea incontrò nuovi compagni, strada facendo verso Santiago.

Andato con un suo amico e mettendo alla sfida il proprio ateismo, egli fece la conoscenza di Pietre Vive¹, che prese il volto di Beatrice.

Da quest’incontro iniziò un nuovo cammino, del quale il pellegrinaggio ne fu solo il primo passo.

La cosa forse più fondamentale di quest’esperienza è che Dio si sia avvicinato adattandosi al linguaggio e alla passione di Andrea. Questi studia architettura, ma con un’ottica artistica e non si sazia mai di ammirare bellezza. Per Andrea l’arte risveglia una nostalgia, quella che il vero ateo ha di Dio stesso. Ed è proprio questa nostalgia che egli vuole rimettere in luce nel servizio, quest’attesa di un ritorno che si fa aspettare*, e nel dire quello che commuove, ma anche portare attenzione e senso al dettaglio.

E’ proprio dal servizio che nasce la comunità. La condivisione che ne sgorga si fa libera perché l’arte ne è la chiave e permette di creare un linguaggio comune.

In tre anni le esperienze si moltiplicarono ed Andrea, oggi, si ricorda con gratitudine dei bellissimi ritiri effettuati in Villa S. Giuseppe o del campo a Roma per l’incontro di Taizé nel capodanno 2013.

Il servizio unisce, permette il confronto, sostiene la libertà e il coraggio di dichiarare la propria fede ai turisti che ascoltano la visita. Questa fede ha preso radici poco a poco per il fatto che c’è stata l’esperienza di un Signore che si avvicina e che parla al cuore con parole che uno può capire.

Di là Andrea si decise a fare gli EVO, il percorso di approfondimento spirituale proposto dai Gesuiti di Bologna, affinché la sua preghiera potesse essere più forte. Quest’esperienza cambiò di seguito lo stile con il quale faceva servizio e  viveva la comunità.

Dopo tre anni, (cioè all’inizio di quest’anno universitario) il gruppo che si era consolidato è cambiato quasi interamente lasciando spazio ad una comunità nuova nella quale Andrea si sente essere datore di testimonianza, uno che già può condividere la propria esperienza, avendo però ancora la capacità di meravigliarsi  di chi è, secondo lui, più sapiente proprio perché è nuovo in tanti argomenti o non li ha ancora studiati.

Di fatto, l’arte è anche diventata qualcosa di talmente intrinseca alla propria essenza che Andrea non si sente portato fuori di sé nel e dal servizio come uno che si aspetta di esserlo nell’apostolato; perciò cerca adesso di giocarsi in un altro modo, immaginando nuove sfide per le Pietre Vive.

All’ascolto del Papa, Andrea riflette sull’idea di periferia nella Chiesa, nell’arte.

Forse bisogna cercare una via trasversale per non limitarsi ad un pubblico elitario costituito da  quei turisti che entrano nelle chiese centrali dove si svolgono le visite in Italia ma anche altrove:perché non rivolgersi quindi a chi non ha modo di accedere all’arte, come ai carcerati per esempio?

E perché non immaginare di fare la visita di chiese contemporanee per confrontarsi con un’idea diversa dell’architettura e della fede?

Infatti, fare la visita al Gesù a Roma è un farsi specchio di quello che già ha tanto da fare vedere, è dare bocca ad un’arte che ha tanto da dire. Una chiesa moderna, invece, chiede di più nel mettersi in gioco.

Un’altra idea è di espandersi al mondo accademico, intraprendendo un discorso serio sull’interpretazione dello spazio sacro e immaginando nuovi progetti per dare carne alle idee.

Siamo quindi nell’attesa entusiasta di novità per i membri delle comunità di Pietre Vive, quella di Bologna sicuramente ma anche quelle nazionali e internazionali!

¹Le Pietre vive sono ragazzi che prestano la loro voce alle pietre delle chiese, proponendo visite gratuite ai passanti nell’ottica di fare rivivere il senso originario della costruzione dell’edificio e delle opere d’arte che contengono.

Virginie Kubler

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